El Salvador, esperimenti di tecnocrazia

El Salvador, ottenuta l’indipendenza dalla Spagna nel 1821, è sempre stato un cortile di casa degli Stati Uniti e fucina di dittature militari. La vita politica fu spesso turbata da gravissimi episodi di violenza fino alla guerriglia del Fronte Farabundo Martí di Liberazione Nazionale (FMLN). Gli squadroni della morte imperversavano e l’uccisione nel 1980 dell’Arcivescovo Romero sull’altare rappresentò un sacrificio quasi simbolico. La pace del 1992 portò ad elezioni vinte dai conservatori di ARENA, fino alla vittoria legislativa e presidenziale del FLMN nel 2009. Il paese fonda la propria economia sull'agricoltura, dominata dalle piantagioni di caffè concentrate nelle mani delle “200 famiglie” di latifondisti. Il 30% della popolazione vive sotto la soglia della povertà, sette lavoratori su dieci sono informali, il debito pubblico rappresenta l’80% del PIL e il FMI prevede per il 2024 una crescita del 1,9% rispetto al 2,8% del 2023. El Salvador è terra di emigrazione e le rimesse degli emigrati dagli USA continueranno ad essere il motore trainante dell’economia salvadoregna, ma è anche paese di corruzione e di strapotere delle bande criminali che ne hanno fatto la nazione più violenta del continente americano, con ottanta omicidi ogni centomila abitanti.
Su questo scenario piomba nel 2019, l’elezione di Nayib Bukele a Presidente del Salvador. Figlio di padre musulmano originario di Betlemme, fece il suo ingresso in politica con il FMNL, con cui venne eletto sindaco di San Salvador nel 2015 facendosi conoscere come efficace amministratore, capace di riabilitare il pericoloso centro città, ma anche di ripudiare gli altri poteri dello Stato con operazioni poco limpide per promuovere la propria immagine e in continuo scontro con la stampa. Alla fine del mandato di sindaco si scontrò con il suo partito, correndo alle presidenziali con la Grande Alleanza per l’Unità Nazionale, per poi fondare un partito tutto suo, Nuevas Ideas. Da allora Bukele ha governato in perenne scontro con il Parlamento nel quale, nel 2020, entrò addirittura scortato dai militari per obbligare i deputati ad approvare un prestito per la sicurezza. Bukele si è così trasformato da giovane politico a leader di una specie di "telecrazia" moderna priva di ideologia e il cui discorso si basa sull’efficacia. L’asse ideologico di Bukele non è più sinistra/destra, ma "loro", quel 2% della popolazione che detiene la ricchezza, e "noi", il restante 98% di persone danneggiate da 200 anni di corruzione. Bukele non ha bisogno si chiarire se sia cattolico, musulmano o evangelico, lui «crede in Dio». Il suo studio è un tavolo collocato davanti a vari schermi e pensa che con un cellulare si possa governare un paese. Attraverso i social ha silurato ministri, supervisionato lavori pubblici, criticato la stampa, annunciato il proprio matrimonio o mostrato l’ecografia di sua figlia. Se ha bisogno di uno spazio più ampio per spiegarsi usa le dirette su Facebook. Bukele è un leader multitasking descritto come un drogato dei sondaggi sulla propria immagine e su quel che pensa di lui il popolo. Il presidente Bukele è stato appena rieletto con l’83% di voti e un bottino di 58 congressisti su 60. Percentuali bulgare che fanno diventare il suo movimento Nuevas Ideas, un partito-Stato. I salvadoregni si sono affidati a lui pensando innanzitutto alla questione sicurezza. Se nel 2019 i morti ammazzati nel Salvador erano 38 ogni 100.000 abitanti, il 2023 si è chiuso con un indice di 2,3 omicidi, il secondo più basso dopo il Canada. La ricetta Bukele è semplice: uso della forza da parte della polizia e dell’esercito, detenzioni arbitrarie, processi sommari, torture ed esecuzioni di innocenti. Sono stati arrestati 75.000 ragazzi, pescati soprattutto nelle periferie perché nella “guerra contro il male” non si può “perdere tempo” ad ascoltare le lamentele dei difensori dei diritti umani. Il simbolo della sua politica è il maxi-penitenziario CECOT, che può ospitare fino a 40.000 detenuti. La cura Bukele sta conquistando molti ammiratori in America Latina, dall’ecuadoriano Noboa, a Javier Milei, alla destra brasiliana o cilena. Ma funziona anche il panem et circenses ed ecco il concorso di Miss Universo, i giochi centroamericani e dei Caraibi e persino una partita di calcio amichevole fra la nazionale di casa e l’Inter Miami di Lionel Messi.
Il vero coup de theatre è stata però l’adozione nel 2021 dei bitcoin come moneta a corso legale facendo di El Salvador il primo paese al mondo ad adottare una moneta che non è controllata da nessuno. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, l’adozione di una criptovaluta come moneta ufficiale mette a rischio la stabilità macroeconomica e l'integrità finanziaria favorendo l’evasione e il riciclaggio, senza dimenticare il problema della sua volatilità: ci si può fidare di una moneta che in un giorno può perdere quasi il 20% del suo valore? Nel complesso, El Salvador ha acquistato bitcoin per un valore complessivo di 270 milioni di dollari: un investimento enorme per una nazione il cui prodotto interno lordo è pari a 34 miliardi di dollari. Ancora pochi mesi fa l’investimento di El Salvador risultava in perdita di 14 milioni di dollari. E poi è iniziata la cavalcata dei bitcoin, una cavalcata attesa e che è stata accelerata dalla vittoria di Donald Trump che nella sua nuova versione pro-criptovalute si prepara a nominare alla guida della Sec il sostenitore delle criptovalute Paul Atkins. Ci ha pensato il FMI a porre un freno esigendo un passo indietro rispetto ai Bitcoin/moneta legale per erogare un sostanzioso prestito necessario alle esangui cassi salvadoregne. A sancire comunque il successo di Bukele è Tether, l’emittente del più importante stablecoin per volumi e capitalizzazione di mercato, che si sposterà, con tutte le sue attività di impresa, a El Salvador che potrà dunque contare sull’avere in casa la compagnia più di successo e più ricca di tutto l’universo crypto. Un riconoscimento dovuto al prototipo delle nuove tecnocrazie. Bukele può essere infatti considerato un precursore di quell’anarcocapitalismo che si sta facendo largo anche in nazioni ben più importanti di El Salvador, dall’Argentina di Milei agli Stati Uniti del secondo mandato di Trump con cui Bukele, ciliegina sulla torta, ha appena siglato un accordo per accogliere nelle sue capienti prigioni i migranti rifiutati da altri stati sudamericani.
Davide Fabbri